La meravigliosa fisica dell’Egitto

Mettiamola così: l’Egitto ti arriva addosso che non te ne sei neanche accorto. E’ l’aria quando scendi dall’aereo che è diversa, umida, acre e speziata. E’ l’intensità di tanti occhi che ti guardano chiusi tra due veli o incorniciati da riccioli neri. E’ l’inspiegabile capacità di trasformare una strada da due corsie in un’autostrada da otto. E’ il rumore costante in sottofondo dei clacson, è il tono di voce duro, deciso, quasi autoritario. E’ l’intonaco delle facciate che si sgretola ad ogni angolo, è la meraviglia delle lampade in ferro e vetro, è la quantità di edifici abbandonati, costruiti e lasciati a metà. E’ il degrado, soprattutto al Cairo, che si respira nell’aria, ma è anche la straordinaria capacità di inventiva che neanche McGyver ed è la voglia di fare. E di farcela.

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Ero già stata in Egitto e ammetto che era stato un viaggio più difficile del previsto, ma che comunque era riuscito a regalarmi ricordi piacevoli. Tappa obbligata al Cairo per qualche giorno, pochi, solo quattro, per ambientarsi, capire, vedere le Piramidi (e non solo quella di Cheope!), rimanerne delusa e affascinata allo stesso tempo, scoprire che la Sfinge è un gattino nella realtà e non una belva come ci hanno sempre fatto credere nelle fotografie. Imparare ad allontanare chiunque ti voglia vendere qualcosa con un educato la, shukran e a non curiosare in giro con lo sguardo come sono abituata a fare a casa mia, ma a tenerlo più a bada, così da non attirare troppe attenzioni.

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Ero stata poi ad Alessandria, la magica Alessandria. Una Rimini di proporzioni gigantesche con un lungomare bellissimo, viali alberati, palazzi intrisi di storia che ti invitano a scoprire ogni loro dettaglio e un’atmosfera di poco più rilassata che al Cairo. A parte un viaggio in taxi quasi mortale per il quale ringrazio ancora Allah.

La meraviglia e la pace erano arrivate poi nell’Oasi di Siwa, dove ho trovato quella casa che cerco sempre in ogni posto, quelle abitudini e quell’atmosfera accogliente che le due grandi città non erano assolutamente riuscite a darmi. Strade sterrate, tuc-tuc guidati da ragazzini svegli, sorridenti e aperti. Un ristorantino con un cous cous alle verdure unico, un negozietto di gioielli d’argento e più o meno basta. Lì, solo lì, sebbene terra molto più integralista delle metropoli, lo straniero era ben accetto a patto che, ovviamente, rispettasse le loro abitudini, usi e costumi. E allora mi ritrovavo a chiacchierare con il ragazzo del ristorante e a ricevere in regalo una gigantesca scatola di foglie di the che ho ancora a casa, mi ritrovavo a creare un rapporto di divertente fiducia con un quindicenne e il suo tuc-tuc e farmi scarrozzare dovunque (erano fondamentali, visto che avevo trovato una pensione quasi nel deserto, fuori l’oasi!!) Insomma, quella che, anche se molto lontana dalla tua, puoi chiamare casa per un po’.

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Questa volta la tappa è stata solo di tre giorni e solo al Cairo, città caotica, gigantesca, monocromatica, rumorosa, decadente, lussuosa che, spavalda, mi ha mostrato di nuovo tutti i suoi contrasti, senza chiedere permesso. O così o niente, non c’è altro modo. E allora ri-impari a contrattare i taxi, a farti rispettare dagli uomini di nuovo, ma soprattutto dalle donne, a lasciarti fare i selfie con dietro le Piramidi da sedici ragazzine in visita scolastica. Impari anche a non credere mai troppo in quello che ti dicono, ma impari anche a fare una domanda in più che li fa capitolare per vederli esplodere in grandi sorrisi. Impari di nuovo a lasciare che il tempo scorra e che il caffè non arrivi (mai).

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E andando via ti ricordi che c’è una fisica dell’Egitto, la stessa che avevi scoperto anni fa, per cui, dal traffico ai tempi (iper)dilatati, comunque le cose succedono e si sistemano. Forse l’immagine più facile per capirla è proprio il traffico e le modalità di attraversamento assolutamente casuale e pericolosissimo per noi occidentali ma che, qui, sembrano un unico flusso che si muove continuo, con logiche tutte sue.

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